La degenerazione maculare legata all’età (AMD) interessa la macula, area centrale della retina deputata alla visione ad alta risoluzione. Dal punto di vista clinico si distinguono una forma atrofica o secca, più frequente e generalmente a progressione più lenta, e una forma neovascolare o essudativa (nAMD), caratterizzata dallo sviluppo di membrane neovascolari maculari (MNV) con essudazione, emorragia e potenziale rapido deterioramento funzionale [30]. Il rischio cresce in modo significativo con l’età: in Europa, dopo i 60 anni, circa una persona su quattro presenta AMD iniziale o intermedia e circa il 2,4% una forma avanzata [30]. L’incidenza annua delle forme avanzate è stimata in circa 1,4 nuovi casi ogni 1.000 persone [30]. In termini assoluti, le donne sono più rappresentate tra i pazienti affetti, soprattutto per la maggiore longevità [31]. Francesca Marotta intervista il Prof. Giulio Maria Modorati per capire come si sceglie il trattamento intravitreale nella degenerazione maculare neovascolare.
Punti chiave dell’articolo
- Non esiste un anti-VEGF universalmente superiore: l’efficacia funzionale media è spesso comparabile; differiscono invece durata d’azione, risposta anatomica, sicurezza, carico terapeutico e costo [1–6].
- Bevacizumab mantiene un forte vantaggio economico: può offrire risultati visivi comparabili a ranibizumab, ma l’impiego intravitreale è off-label e richiede consenso, preparazione e tracciabilità rigorosi [1,2,8–10].
- Faricimab e aflibercept 8 mg puntano alla durabilità: in pazienti selezionati possono consentire intervalli più lunghi tra le iniezioni, fino a 12–16 settimane [3–5,12,13].
- La personalizzazione è centrale: la decisione integra OCT, fluido intraretinico o sottoretinico, distacco dell’epitelio pigmentato (PED), emorragia, acuità visiva, risposta alle prime iniezioni, rischio sistemico, aderenza al follow-up e disponibilità del farmaco.
- Gli anti-VEGF riducono l’attività dei neovasi: bloccano il segnale VEGF, riducono permeabilità vascolare ed essudazione e possono migliorare metamorfopsie e acuità visiva se il danno retinico non è irreversibile [35–37].
- Nella vasculopatia polipoidale coroideale (PCV) può essere utile un imaging dedicato; in casi selezionati, la terapia fotodinamica associata può ridurre l’attività e il carico di trattamento [7].
- Switch terapeutico significa cambiare anti-VEGF: si valuta se la malattia resta attiva, il fluido persiste o ritorna presto, compaiono nuove emorragie, le iniezioni devono essere troppo ravvicinate o emergono problemi di sicurezza [11,14].
- Brolucizumab richiede particolare cautela: è stato associato a infiammazione intraoculare, vasculite e occlusione vascolare retinica; questo aspetto va considerato con particolare attenzione negli occhi con storia di uveite [6,11,24,32–34].
- Nelle MNV associate a uveite non è dimostrata la superiorità di una molecola: in genere si usa una dose standard iniziale seguita da trattamento pro re nata (PRN), cioè nuove iniezioni solo quando i controlli mostrano una riattivazione della malattia, trattando anche l’infiammazione [15–23].
Intervista al Prof. Giulio Maria Modorati

Capire la scelta del farmaco nella nAMD
Perché un paziente con nAMD riceve un anti-VEGF invece di un altro?
Prof. Giulio Maria Modorati: «La scelta non dipende solo dal nome commerciale della molecola. Nella pratica clinica si valutano l’attività della MNV, la componente essudativa all’OCT, la presenza di fluido intraretinico o sottoretinico, il distacco dell’epitelio pigmentato (PED), eventuali emorragie, l’acuità visiva, il rischio di recidiva, la possibilità di follow-up regolare, il profilo di sicurezza e la disponibilità del trattamento. Le principali opzioni comprendono bevacizumab, ranibizumab, aflibercept 2 mg, faricimab, aflibercept 8 mg e brolucizumab [1–6,10–13]. La strategia più appropriata è quella che mantiene inattiva la lesione con il miglior equilibrio tra efficacia, sicurezza e carico terapeutico».
Come agiscono gli anti-VEGF sui neovasi maculari e perché le iniezioni vanno ripetute?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Nella nAMD, il VEGF è uno dei principali mediatori della crescita e della permeabilità dei neovasi. Gli anti-VEGF non eliminano sempre in modo definitivo la MNV, ma ne riducono l’attività. Diminuiscono permeabilità vascolare, essudazione e fluido intraretinico o sottoretinico [35–37]. Quando la retina centrale si asciuga e l’architettura maculare migliora, possono ridursi le metamorfopsie, cioè la percezione deformata delle immagini, e può stabilizzarsi o migliorare l’acuità visiva. Il recupero dipende però dalla durata della malattia e dalla presenza di atrofia, fibrosi o danno fotorecettoriale.
Le iniezioni devono essere ripetute perché l’effetto farmacologico è temporaneo: quando la concentrazione intraoculare del farmaco si riduce, la MNV può riattivarsi. Per questo si utilizzano regimi fissi, treat-and-extend o pro re nata, sempre guidati da OCT, acuità visiva e quadro clinico. Le iniezioni intravitreali ripetute attraverso la sclera non presentano una controindicazione generale quando sono clinicamente indicate e correttamente eseguite [35–37]. Il rischio non deriva dalla ripetizione della puntura in sé, ma dalle possibili complicanze della procedura, rare ma rilevanti, quali endoftalmite, infiammazione, emorragia, incremento transitorio della pressione intraoculare o danno retinico. Sono pertanto essenziali tecnica asettica, corretta sede d’ingresso e monitoraggio clinico».
Che cosa significa “switch terapeutico” e perché il medico può proporlo?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Per switch terapeutico si intende il passaggio da un anti-VEGF a un’altra molecola della stessa classe. Non equivale necessariamente a fallimento terapeutico, né implica un peggioramento irreversibile. Si prende in considerazione in caso di risposta anatomica incompleta, persistenza o rapida recidiva del fluido, nuova emorragia, necessità di intervalli iniettivi troppo brevi, peggioramento funzionale attribuibile alla lesione attiva o problemi di tollerabilità e sicurezza [3–6,11,14]. L’obiettivo è ottimizzare il controllo anatomico-funzionale, aumentare la durabilità o migliorare il profilo beneficio-rischio. La risposta post-switch deve essere rivalutata con OCT, acuità visiva e andamento clinico».
Esiste davvero un farmaco migliore per tutti?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Il criterio corretto è l’appropriatezza terapeutica. Bevacizumab può rappresentare un’opzione ad alto valore quando il costo è determinante e l’impiego off-label è gestito correttamente [1,8–10]. Faricimab e aflibercept 8 mg possono essere utili quando l’obiettivo è aumentare la durabilità del trattamento, purché l’attività neovascolare rimanga controllata [3–5,12,13]. La decisione dipende da risposta anatomica e funzionale, persistenza di fluido, rischio di recidiva, sicurezza, aderenza al follow-up e contesto organizzativo».
Che cosa aggiungono faricimab e aflibercept 8 mg?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Faricimab e aflibercept 8 mg sono stati sviluppati per aumentare la durabilità della soppressione neovascolare. In una quota di pazienti consentono intervalli di trattamento fino a 12–16 settimane [3–5]. Questo non si traduce necessariamente in un incremento del guadagno visivo medio: il beneficio principale è mantenere l’inattività della lesione con un minor numero di accessi e iniezioni. Dose, intervallo e criteri di ritrattamento devono comunque rispettare scheda tecnica, risposta anatomica e giudizio clinico [12,13]».
La scelta cambia in base al tipo di membrana neovascolare?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Per le MNV di tipo 1, 2 e 3 non esiste una molecola obbligatoria: la scelta dipende da OCT, presenza di emorragia, fibrosi, atrofia e risposta iniziale [10,11]. Nella vasculopatia polipoidale coroideale (PCV) gli anti-VEGF sono efficaci; in casi selezionati, l’associazione con terapia fotodinamica può favorire la regressione dei polipi e ridurre il carico terapeutico [7]».
Come si trattano le MNV associate a uveiti posteriori?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Le MNV infiammatorie non sono una semplice variante della nAMD. Più spesso interessano pazienti giovani o di mezza età e possono comparire in corso di coroidite multifocale, coroidite interna puntata, coroidite serpiginosa o forme infettive. La prima distinzione clinica è capire se l’attività osservata dipenda soprattutto dalla membrana neovascolare, dall’infiammazione o da entrambe. Per questo OCT strutturale, OCT-angiografia e angiografia con fluoresceina vanno lette insieme; in fenotipi selezionati può essere utile anche l’angiografia con verde indocianina. Essudazione, emorragia o una lesione iperriflettente indicano attività della lesione, ma non bastano da sole a definire attiva l’uveite: servono esame clinico, imaging multimodale e valutazione dell’andamento nel tempo [15–18,23].
Il trattamento deve quindi essere integrato. L’anti-VEGF agisce sulla componente neovascolare, riducendo permeabilità, essudazione e attività della MNV. Quando l’uveite è attiva, deve essere trattato anche il processo infiammatorio. Nelle forme non infettive può essere necessario ottimizzare corticosteroidi o terapia immunomodulante; nelle forme infettive la priorità è identificare e trattare l’agente causale prima di intensificare l’immunosoppressione [17,23].
La scelta della molecola resta individuale. Nelle MNV uveitiche non è dimostrata una superiorità generale fra bevacizumab, ranibizumab e aflibercept. Bevacizumab 1,25 mg/0,05 ml è la molecola con maggiore esperienza pubblicata e può essere considerato quando costo e accesso sono rilevanti, nel rispetto delle regole sull’off-label [15,19,21]. Ranibizumab 0,5 mg è un’alternativa autorizzata, con dati specifici soprattutto da piccole serie e sottogruppi [16,20]. Aflibercept 2 mg/0,05 ml può essere valutato quando persiste attività anatomica, le recidive sono ravvicinate o si cerca una maggiore durabilità, pur con evidenze ancora limitate nelle uveiti [18,22]. Per faricimab e aflibercept 8 mg non vi sono dati sufficienti per raccomandarne un impiego preferenziale. Brolucizumab richiede particolare prudenza negli occhi con uveite pregressa o attiva, per l’associazione descritta con infiammazione intraoculare, vasculite e occlusione vascolare retinica [6,11,24,32–34].
Anche lo schema terapeutico segue una logica diversa rispetto alla nAMD. Nelle MNV associate a uveite non è sempre necessario un carico fisso iniziale di tre iniezioni. Spesso si esegue una prima dose e si prosegue con un regime pro re nata (PRN, “al bisogno”): il paziente viene controllato regolarmente e l’iniezione viene ripetuta solo se OCT, visita o angiografia documentano una riattivazione. I criteri includono nuovo fluido intraretinico o sottoretinico, incremento del fluido già presente, emorragia, crescita della lesione o calo visivo attribuibile alla MNV [15,17–23]. Questo approccio non significa attendere la comparsa dei sintomi: la riattivazione può essere anatomica prima ancora che funzionale. Il follow-up iniziale deve quindi essere ravvicinato; gli intervalli possono essere estesi solo se la lesione resta inattiva e l’infiammazione è controllata. In caso di risposta incompleta vanno rivalutate diagnosi, attività infiammatoria, cicatrice fibrotica, danno dell’epitelio pigmentato, infezione e aderenza ai controlli. Ecco alcuni esempi:
- Uveite inattiva, MNV attiva: l’anti-VEGF può essere sufficiente, con monitoraggio ravvicinato.
- Uveite attiva e MNV attiva: anti-VEGF e controllo dell’infiammazione devono procedere insieme.
- Forma infettiva sospetta o confermata: trattare l’infezione e coordinare con cautela l’eventuale immunosoppressione.
- Recidive frequenti o risposta incompleta: rivalutare diagnosi, imaging, controllo infiammatorio, aderenza e possibile switch».
Quando ha senso cambiare farmaco?
Prof. Giulio Maria Modorati: «In sintesi, lo switch è un cambio ragionato di molecola, non un automatismo. Prima di effettuarlo vanno rivalutati diagnosi, imaging, regolarità del trattamento, atrofia, cicatrice e possibile vasculopatia polipoidale coroideale [11,14]. Il risultato atteso deve essere definito in anticipo: ridurre il fluido, diminuire le recidive, allungare gli intervalli o migliorare la sicurezza. Il recupero visivo, invece, può essere limitato se sono già presenti atrofia o fibrosi».
Quali aspetti di sicurezza vanno considerati?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Gli eventi oculari gravi sono poco frequenti, ma possibili con qualsiasi iniezione intravitreale. Il punto più delicato riguarda brolucizumab: dopo l’immissione in commercio sono stati segnalati casi di infiammazione intraoculare, vasculite retinica e occlusione vascolare retinica, talvolta con perdita visiva [6,11,24,32–34]. Per questo il farmaco richiede selezione attenta del paziente, informazione sui sintomi di allarme e monitoraggio ravvicinato; in occhi con precedente uveite o infiammazione intraoculare la prudenza deve essere ancora maggiore. Nel CATT, con bevacizumab si osservò una maggiore frequenza complessiva di eventi avversi sistemici gravi rispetto a ranibizumab, senza un chiaro aumento specifico di morte, infarto o ictus [1]. Per l’impiego off-label sono indispensabili preparazione, conservazione e tracciabilità rigorose [10]».
I farmaci più costosi sono davvero migliori del bevacizumab?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Non necessariamente. Con regimi comparabili, bevacizumab ha ottenuto risultati visivi medi simili a ranibizumab, con costi inferiori nelle analisi pubblicate [1,2,8,9]. Un farmaco più costoso può essere ragionevole se, nel singolo paziente, migliora il controllo della malattia o riduce concretamente visite e iniezioni. Il giudizio economico dipende però da prezzi, rimborsi, costi di preparazione e organizzazione locale; non può essere trasferito automaticamente da un sistema sanitario a un altro».
Criteri clinici di scelta dell’anti-VEGF
- Bevacizumab: può essere considerato quando costo e accesso sono prioritari, purché l’impiego off-label sia conforme alle norme e correttamente gestito [1,8–10].
- Ranibizumab o aflibercept 2 mg: opzioni autorizzate con ampia esperienza clinica; la scelta dipende dal profilo del paziente e dalla risposta [10,11,13].
- Faricimab o aflibercept 8 mg: possono essere considerati quando l’obiettivo è prolungare gli intervalli, se il controllo della malattia lo consente [3–5,12,13].
- Brolucizumab: richiede un’attenta valutazione individuale del rischio infiammatorio e vascolare retinico; negli occhi con storia di uveite la soglia di impiego deve essere particolarmente prudente [6,11,24,32–34].
- Vasculopatia polipoidale coroideale: è utile un imaging dedicato; in casi selezionati può essere indicata la terapia fotodinamica associata [7].
Confronto pratico
Farmaco | Possibile impiego | Obiettivo prevalente | Nota clinica | Fonti |
Bevacizumab | Costo e accesso prioritari. | Efficacia visiva media comparabile a ranibizumab. | Uso intravitreale off-label; necessari consenso e tracciabilità. | [1,2,8–10] |
Ranibizumab | Farmaco autorizzato con ampia esperienza. | Controllo consolidato della nAMD. | Nessuna superiorità visiva universale su bevacizumab. | [1,2,10,11] |
Aflibercept 2 mg | Controllo anatomico con schema personalizzato. | Riduzione del fluido e intervalli modulabili. | Risposta individuale variabile. | [6,11,13] |
Faricimab 6 mg | Riduzione del carico terapeutico. | Intervalli fino a 16 settimane in pazienti selezionati. | Non tutti raggiungono l’intervallo massimo. | [3,6,12] |
Aflibercept 8 mg | Ricerca di maggiore durabilità. | Intervalli di 12–16 settimane in pazienti selezionati. | Esperienza real-world più recente. | [4–6,13] |
Brolucizumab 6 mg | Casi selezionati dopo valutazione beneficio-rischio. | Controllo anatomico e possibile estensione dell’intervallo. | Richiede monitoraggio del rischio infiammatorio; prudenza in caso di uveite pregressa. | [6,11,24,32–34] |
La tabella sintetizza criteri orientativi: non sostituisce la valutazione dello specialista né la scheda tecnica dei singoli farmaci.
Esistono nuovi farmaci da assumere per via orale invece delle iniezioni intravitreali?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Al momento non esistono farmaci orali approvati in grado di sostituire le iniezioni intravitreali nella degenerazione maculare neovascolare. Sono state studiate piccole molecole per via sistemica, in particolare inibitori delle tirosin-chinasi. X-82 ha ridotto il ricorso a iniezioni di salvataggio negli studi iniziali, ma lo studio APEX è stato interrotto per eventi avversi gastrointestinali ed epatobiliari e per un rapporto beneficio-rischio non favorevole [25,26]. Altre terapie orali sono ancora in fase preclinica o iniziale [27–29]. Il limite principale è ottenere concentrazioni oculari efficaci senza esporre l’intero organismo a tossicità sistemica. Per questo, oggi, tali trattamenti devono essere considerati solo nell’ambito di studi clinici».
In breve, qual è il miglior anti-VEGF per la nAMD?
Prof. Giulio Maria Modorati: «Non esiste un anti-VEGF migliore per tutti. Bevacizumab resta il riferimento per costo [1,2,8,9]; ranibizumab e aflibercept 2 mg hanno ampia esperienza clinica [10,11,13]; faricimab e aflibercept 8 mg puntano soprattutto alla durabilità [3–5,12,13]; brolucizumab richiede una valutazione prudente del rischio infiammatorio e vascolare retinico, soprattutto negli occhi con storia di uveite [6,11,24,32–34]. Nelle neovascolarizzazioni uveitiche il trattamento deve integrare anti-VEGF e controllo dell’infiammazione [15–23]. La scelta finale deve restare personalizzata sul singolo occhio e sul singolo paziente».
Avvertenze per il lettore
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non sostituisce visita, diagnosi, prescrizione medica o indicazione terapeutica individuale. La scelta dell’anti-VEGF, dello schema terapeutico e degli intervalli di trattamento spetta all’oculista, sulla base del quadro clinico, dell’imaging, delle condizioni generali, della scheda tecnica vigente e delle norme applicabili. L’uso intravitreale di bevacizumab è off-label e richiede un percorso conforme alla normativa locale, inclusi informazione e consenso del paziente, preparazione, conservazione e tracciabilità. Prezzi, rimborsi, autorizzazioni e raccomandazioni possono variare nel tempo e tra sistemi sanitari: prima dell’impiego devono essere verificati sui documenti ufficiali aggiornati [10–13].
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